MALASANITA' E MAFIA IN SICILIA
Con 60mila occupati ed un giro d’affari di 7 milioni di euro all’anno, la sanità pubblica incarna e rappresenta la prima industria siciliana. La spesa privata invece, non è mai stata quantificata economicamente con esattezza, ma basti pensare al numero record di convenzioni che la Regione ha stipulato con laboratori d’analisi, cliniche ed ambulatori, per comprendere che si attesti su livelli molto alti: sono, per la precisione, 1826. Per operare un confronto immediato, tale numero coincide con quello di tutte le convenzioni sottoscritte dalle altre regioni d’Italia messe insieme. Una cifra dunque esorbitante.
Il privato assistito, grazie all’attuazione di politiche neoliberiste, negli ultimi anni ha goduto in tutta la nazione di ingenti spostamenti finanziari ai danni della spesa pubblica (da sottolineare in Sicilia il prelievo effettuato dal fondo delle emergenze). Focalizzando la dimensione locale siciliana, questo particolare settore non si occupa dei servizi medici essenziali relegati al pubblico, ma trae giovamento da altri, quasi totalmente affidati ad esso, considerati di gran lunga più redditizi, come ad esempio la medicina preventiva (trattamento dei tumori). Per completare il quadro inoltre, i pagamenti che l’Assessorato alla Sanità versa nelle tasche dei privati sono generalmente del 20-30% maggiori rispetto a quelli delle altre regioni italiane.
Riassumendo, è evidente quanto logiche di mercato ed una politica sanitaria che non ricorre ad uno strumento di programmazione come il Piano Sanitario Regionale, favoriscano il privato. Navigare a vista, senza pianificare il futuro, indebolisce (forse intenzionalmente) il pubblico e soprattutto consente ed incentiva gli sprechi, permette alla disorganizzazione di prolificare indisturbata.
Ma esistono altri dati, diversamente allarmanti, crudi, impregnati di tragicità: quelli che compaiono nelle statistiche della cosiddetta “malasanità”. Dati che, se sviscerati dalla fredda dimensione dei numeri, nascondono storie di morti dimenticate, non destinate a comparire nelle prime pagine dei giornali perché considerate a quei tempi non meritevoli di attenzione o semplicemente ordinarie.
Febbraio 2005: A Licata muore un uomo che non trova posto in rianimazione. A breve distanza di tempo un altro suo concittadino di 67 anni, affetto da broncopatia cronica ostruttiva, non rintraccia un reparto in tutta la Sicilia che lo possa ospitare.
Marzo 2005: A causa di una colica addominale, una donna di 29anni si reca presso un ospedale di Palermo. Durante l’anestesia che doveva precedere l’operazione, la paziente entra in coma e successivamente perde la vita.
E sono soltanto due casi non proprio recenti, accaduti prima che la lente mediatica focalizzasse quella seria interminabile di episodi tragici che non hanno dato lustro alla sanità siciliana e destinati, purtroppo, ad essere affiancati ad altri in un futuro che è facile intravedere. Ma non attraverso gli occhi della Regione Sicilia, la quale snocciola dati confortanti riguardo la presenza delle proprie strutture ospedaliere ai vertici delle classifiche nazionali. I pazienti possono tranquillamente confermare il dato. All’obiezione sul continuo peregrinare di siciliani presso i centri medici del nord, si replica sostenendo che la prestazione sanitaria è un prodotto a cui occorrono vetrine pubblicitarie per essere venduto. Insomma, i cittadini siciliani si dirigono al nord perché vengono condizionati dai programmi televisivi e rotocalchi di cronaca in cui non vengono propagandate le strutture d’avanguardia presenti sul loro territorio: potrebbero curarsi in modo identico sotto casa.
Tornando alle gelide statistiche, gli episodi di malasanità sono dovuti al 15% da errori medici (per il 70% evitabili) e nell’85% sono frutto di cause organizzative. Le indagini relative a presunte colpe mediche portano nel 40% dei casi all’archiviazione, nel 15% vengono accertate.
Cosa è però possibile rintracciare dietro l’asettica espressione “causa organizzativa” nella Sicilia degli 8 medici su 10 che finiscono sotto inchiesta almeno una volta nella propria vita, dei relativi processi che 2 volte su 3 si risolvono in un nulla di fatto?
Malaffare, ecco cosa, senza generalizzare, nasconde in certi casi quella fumosa definizione, perché una parte di queste morti dipendono da un’illegalità dilagante che sta a monte, anche se fa comodo attribuirle distrattamente a disfunzioni del sistema. Ma non è sempre così. Indebolire il settore pubblico non è solamente una conseguenza della negligenza di chi è coinvolto nella gestione della sanità, è una scelta che difficilmente può non definirsi consapevole.
Per accennare allo storico e consolidato rapporto tra mafia, istituzioni politiche e medicina, un legame che sembra esistere da sempre e non significa solo connivenza, è sufficiente ricordare, illustrare un breve ed esemplare avvenimento verificatosi a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, quando un famoso medico chirurgo, che era a capo della famiglia di Corleone (e contemporaneamente esponente di spicco della Democrazia Cristiana dell’epoca, nonché presidente della Coldiretti, ispettore della Cassa Mutua Malattie e capo del consorzio di bonifica dello Iato) non esitò ad uccidere con una “strana”iniezione d’aria uno “scomodo” pastorello che era stato ricoverato in ospedale sotto shock. La sua unica colpa era quella di aver assistito sfortunatamente all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. L’uomo in questione era Michele Navarra. Ma al fianco di questo nome ne possono tranquillamente comparire, senza sfigurare, molti altri a volte parecchio noti, talmente conosciuti da fare ogni giorno capolino sui titoli dei giornali, in un deplorevole carnevale di collusi in maschera.
Il patto d’acciaio tra crimine, mondo della sanità e politica nasce dalla consapevolezza del fatto che i medici dispongano di “vasto bacino di utenza che all'occorrenza si può trasformare in un formidabile serbatoio di consensi elettorali”. Un patto non proprio tacito, come si preferirebbe ipotizzare, che permette a pochi privilegiati di esercitare un potere tremendo sul resto della società, quella più indifesa che necessiterebbe di una protezione ed una considerazione che sono colpevolmente latitanti.
Ma perché, pensando alla sanità, non sfatare il mito di una mafia vecchio stampo che uccide e basta, attribuendole invece una veste moderna da operatore finanziario? La ragione per la quale con saggia discrezione la mafia ha cambiato il proprio abito, scorre nel fiume di denaro che passa attraverso il ramo economico in questione. E’ in ballo il controllo di smisurate risorse assegnate al sistema sanitario, risorse che attraggono esponenti della malavita e importanti professionisti del settore, come falene che nelle notti d’estate girono intorno ad un lampada, accecate e stordite dalla sua luce. Proseguendo con la metafora, questa “luce” sottoposta al controllo e alla forza intimidatoria esercitata dagli uomini d’onore, determina una fitta rete di consensi ed appoggi elettorali che rappresentano un vero e proprio tesoro, un “serbatoio” da cui attingere ad ogni scadenza legislativa. Controllare il mondo della sanità, (tramite i concorsi universitari truccati, le assunzioni facili ed il rilascio abbondante di convenzioni) in Sicilia equivale a condizionarne le istituzioni d’investitura democratica infiltrandosi all’interno di esse, paralizzarle ove occorresse, forgiarle secondo una strategia difficilmente arrestabile.
E’ questo il meccanismo perverso che sfrutta in modo inesorabile il deficit di legalità presente nelle alte sfere della società, in quella parte di borghesia devota che in cambio di fedeltà assoluta ottiene favori considerevoli da ricambiare prontamente sulla pelle dei cittadini.
In conclusione, malasanità e mafia:, il cerchio “malsano” che si stringe anno dopo anno, provoca come logico e prevedibile effetto il soffocamento del diritto alla salute dei siciliani più deboli ed onesti, costretti il più delle volte a raggiungere mete lontane per curarsi in tempi ragionevoli. Persino le interminabili liste d’attesa infatti, giocano un ruolo fondamentale in una partita in cui è troppo facile sentirsi una pedina manovrata su uno scacchiere di fango, una vittima sacrificata a sporchi interessi di giocatori senza scrupoli.
Il diritto alla salute in Sicilia è soprattutto una questione morale. Tutto il resto sono soltanto chiacchiere complici pronunciate da burattini asserviti.
Salvatore Taranto