martedì, 28 febbraio 2006

AVIARIA

NON SOLO I PENNUTI,

IN GERMANIA, ANCHE UN GATTO INFETTO

In Germania trovato positivo all'aviaria anche un gatto, che molto probabilmente si è cibato di qualche animale infetto.

Pur non volendo creare facili allarmismi, credo sia opportuno rimuovere tutte le carogne (una ventina circa, solo tra Paternò ed Adrano), che di norma vediamo nella "superstrada" (sic).

Un lavoro che non è mai stato fatto, lasciando cani, gatti, colombi e quant'altro a marcire sulla strada.

Che si provveda immediatamente!  

postato da: pieroC alle ore 21:37 | Permalink | commenti (5)
categoria:ambiente
lunedì, 27 febbraio 2006

UNA SOCIETA' PERFETTA

SENZA COMUNISTI

 

UNA CLONAZIONE PERFETTA

CLONAZIONE RIUSCITA

postato da: pieroC alle ore 15:53 | Permalink | commenti (10)
categoria:satira
lunedì, 20 febbraio 2006
MALASANITA'
Per chi non vive in Sicilia è difficile capire realmente la questione sanità.
I 18 morti da giugno, di cui si sono oppupati le cronache, forse potrebbero essere di ogni singolo ospedale della Sicilia, se ci fosse un reale controllo ed una diversa cultura non omertosa, che fa sì, per un senso di rispetto per i defunti di non denunciare e quindi di non fare autopsie, percui i familiari portano via dagli ospedali i loro cari appena morti.
Basterebbe fare un controllo: quanti sono i ricoverati alla sera e quanti al mattino, e quelli che mancano che fine hanno fatto?
Tutti i Siciliani sappiamo, quanto sia pericoloso ammalarsi, percui malgrado le difficoltà economiche, cerchiamo di curarci al Nord.
Eppure la Sicilia è quella che spende di più, rispetto alle altre regione, per la "sanita"
Cuffaro lo sa bene, e non si fida, a maggior ragione da quanto ha rotto la sua amicizia con Lonbardo e la sua corrente (MPA) che gestisce da decenni la "sanità".

piero cannistraci
postato da: pieroC alle ore 14:42 | Permalink | commenti (7)
categoria:
domenica, 12 febbraio 2006

L'incantesimo degli inceneritori

inceneritore.jpg

Ieri sera ero a Trento per parlare dell’inceneritore insieme a degli esperti come Bettini, Fasullo, Montanari, Zecca e Nervi.

Dico subito che gli inceneritori, chiamati termovalorizzatori solo in Italia, l’ennesimo incantesimo delle parole, non servono; che sono un’invenzione di 40 anni fa; che per ogni chilogrammo di materiale bruciato, un terzo dello smaltito diventa cenere, rifiuto tossico nocivo; che non fanno risparmiare energia, ma il contrario e quindi non convengono; che l’Italia è l’unico Paese a finanziare gli inceneritori con i soldi pubblici; che più alto è il calore generato, più le polveri diventano sottili e nocive e tumorali; che la raccolta differenziata li rende inutili; che il riuso dei contenitori come le bottiglie di vetro e di plastica li rende inutili; che va inserita una tassa ecologica sui contenitori usa e getta alla fonte, quindi al produttore; che bisogna ridurre i consumi; che bisogna incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili; che le prime nazioni, come la Germania, che hanno costruito gli inceneritori li stanno dismettendo; che la produzione di energia va delocalizzata.

Gli inceneritori non starebbero neppure in piedi economicamente, non esisterebbero, se non li finanziasse lo Stato, che gli passa 180 lire per ogni kwh prodotto in quanto li assimila alle energie rinnovabili.

Chi dice no agli inceneritori, chi non li associa all’idea di progresso è arruolato dai media nel popolo dei no.
E, subito dopo, alla schiera dei no global, dei contestatori, degli anarco-insurrezionalisti (termine usato 100 volte al giorno dal dipendente Pisanu).
E hanno ragione.
Infatti oggi i cittadini, se correttamente informati, diventano noglobalcontestatorianrcoinsurrezionalisti e sono fieri di esserlo.
E non vogliono inceneritori tra i co..ni.

 

Postato da Beppe Grillo il 10.02.06 19:08

postato da: pieroC alle ore 15:20 | Permalink | commenti (1)
categoria:ambiente
lunedì, 06 febbraio 2006

Giardino comunale

E' UNO SCANDALO!

Il Parlamento a maggioranza di centrodestra cambia le regole a pochi giorni della decisione del CGA di Palermo, sull'inceneritore della Valle del Simeto.

Con l'inserimento dell'art. 2-bis. In tutte le situazioni di emergenza dichiarate ai sensi dell'articolo 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, la competenza di primo grado a conoscere della legittimità delle ordinanze adottate e dei conseguenziali provvedimenti commissariali spetta in via esclusiva, anche per l'emanazione di misure cautelari, al tribunale amministrativo regionale del Lazio con sede in Roma.......
Si integra così il decreto- legge 30 novembre 2005, n. 245, recante misure straordinarie per fronteggiare l'emergenza nel settore dei rifiuti nella regione Campania, convertendolo in legge il 27/01/2006, annullando di fatto due sentenze del TAR di Catania favorevoli al blocco dei lavori per la realizzazione dell'inceneritore.

Un ultimo regalo che questo Governo ed i deputati della Sicilia vogliono farci prima di andarsene.

Riprendiamo la lotta per la difesa dei della Valle del Simeto!  
Ribadiamo no all'inceneritore ed alla volontà di voler trasformare l'intera Valle in un immondezzaio.

postato da: pieroC alle ore 21:05 | Permalink | commenti (1)
categoria:ambiente
lunedì, 06 febbraio 2006
  Che lumbard quel Lombardo

Bandalibera
di BandaLibera
 
Fatta l’alleanza: il Movimento per l’autonomia va a braccetto con la Lega. Ovvero: per le elezioni politiche Raffaele Lombardo resta con la Casa delle Libertà, per le regionali invece continua il bluff e finge di dover ancora decidere. Nell’attesa vi raccontiamo perché il siculo Rafé va d’accordo col padano Umberto



Che gran sollievo. Dopo mesi di tentennamenti Raffaele Lombardo – ex Dc, ex Udc e sempre amico di Totò Cuffaro - ha deciso. Andrà con la Lega, ovvero continuerà a stare nella depandance della Casa delle Libertà. Che gran sollievo per il centrosinistra, che a furia di corteggiare il fondatore del Movimento per l’Autonomia stava finendo per procurarsi infiniti mal di pancia. L’Unione l’ha tirato per la giacchetta per settimane. E una parte dei Ds ha ammiccato senza pudori a quel gran collettore di voti che durante le ultime elezioni in Sicilia ha deciso da che parte doveva pendere il piatto della bilancia. Poi, però, il leghista del sud ha chiuso la porta al centrosinistra “perché – ha detto - la base del movimento non era favorevole a un accordo con l’Unione e mi sarei trovato con un esercito decimato”.

Insomma, più che una scelta d’ideali, un calcolo elettorale. Da soli i due partiti prenderebbero un pungo di voti, racimolando percentuali da prefisso telefonico. Assieme, e spartendosi i collegi (a nord la Lega, a sud l’Mpa), potrebbero raccattare quale poltrona in più in Parlamento. Nulla di riprovevole, per carità. Ma qualcuno potrebbe non capire cos’altro abbiano in comune l’Mpa e la Lega, quali interessi affratellino Rafé e l’Umberto.

Difficile credere che Bossi abbia scelto l’europarlamentare catanese in virtù di quel cognome che oggi appare profetico. D’altra parte al di là del Po non sono così ingenui da credere che un Lombardo faccia Padania. Eppure l’alleanza tra lo spadone di Alberto da Giussano e la colomba autonomista di Sicilia s’è bell’e fatta. E a ben guardare, qualcosa in comune i due leghisti ce l’hanno.

 
Bossi e Lombardo hanno quella  particolare inclinazione che di solito chiamiamo contraddizione. ''Con la Lega abbiamo fatto un patto per l'autonomia e per il federalismo. Il Mezzogiorno sarà sempre rispettato e verranno meno alcuni pregiudizi nei nostri confronti''. Così il capo dell’Mpa il 3 febbraio scorso. D’altro tenore quello che dichiarava il 27 maggio 2003 quando l’affetto per Berlusconi era ancora saldo: ''La Casa delle libertà non potrà più essere sottomessa alle attività ricattatorie e capricciose della Lega. Di certi atteggiamenti del partito di Bossi non se ne può più”.

Tre anni fa, quindi, Lombardo accusava la Lega di monopolizzare la politica economica del governo che dimenticava il sud. L’ira era tale che arrivò a minacciare l’uscita dell’Udc dall’esecutivo qualora non si fosse messo il freno “allo straparlante Bossi''. Poi, due anni dopo, nel maggio del 2005, un nuovo Rafè cambia pelle e confessa al quotidiano La Padania (quello che non mette le previsioni meteorologiche da Perugia in giù): “Penso a un programma della nuova coalizione che abbia come punto centrale il progetto di sviluppo della Sicilia e l'autonoma espressione parlamentare del partito siciliano. […] E, come i leghisti, siamo disposti, se serve, a menare le mani per farlo rispettare. Basta con i partiti padronali''.

Il Lombardo (di nome) è ormai un leghista puro
e utilizza già quel linguaggio celodurista (“menar le mani”) del maestro Umberto. Che di parole schiette ha un ricco vocabolario. I  siciliani che voteranno la nuova alleanza (a proposito, si chiama "Patto per le autonomie”) non avranno certo dimenticato slogan celebri inventati dal Sentùr come «No allo strapotere meridionale», «Roma ladrona» o «Lombard tas». Il giovane Umberto provvedeva in prima persona a dipingerli con vernice e pennello sui muri della Brianza. Così come era sempre lui e a urlare “terùn a casa loro” sul palco di Pontida.



Certo, negli anni ha smussato gli angoli e si è smentito (ha spostato il tiro sui “bingo bongo”, i cinesi, i turchi e tutti gli extracomunitari). Ha rinnegato anche il suo odio per i terroni: “Ho sposato una donna che ha il padre siciliano. Quella parola mi dà fastidio. Da me non la sentirà mai pronunciare”, diceva nell’ottobre del 1992, per poi contraddirsi tre anni dopo, quando a proposito di Antonio Di Pietro diceva: «Si candidi al sud, perché se si candida al nord gli regalo una valigia di cartone che fa rima con terrone»; e  ancora: «È un terùn che voleva fare un processo etnico al nord». Mentre nel 1996 a proposito dei magistrati sanciva: «Sono bande di terroni che occupano i tribunali del nord». 

In ogni caso, bisogna stare attenti. Come Lombardo sicuramente rammenta, chi si è alleato con l’Umberto ha fatto una brutta fine. Bossi ha sempre schiacciato i suoi compagni di viaggio, esiliandoli quando maneggiavano troppi voti e minacciavano di offuscarlo. Ne sa qualcosa anche il ministro Bobo Maroni, che dovette fare penitenza e tornare nei ranghi per continuare a campare di politica.

Ma il leghista di Sicilia la sa più lunga del Padano, non si sottometterà e negli anni ha dimostrato di sapersi risollevare dalle cadute. Peccato che non ci sia un Carroccio pronto a correre anche alle elezioni regionali. Avremmo tirato un altro sospiro di sollievo a sapere Lombardo lontano dalla Borsellino.
postato da: pieroC alle ore 13:51 | Permalink | commenti (1)
categoria:
sabato, 04 febbraio 2006
mercoledì, febbraio 01, 2006 DA  www.ritapresidente.splinder.com
 

 

MALASANITA' E MAFIA IN SICILIA

Con 60mila occupati ed un giro d’affari di 7 milioni di euro all’anno, la sanità pubblica incarna e rappresenta la prima industria siciliana. La spesa privata invece, non è mai stata quantificata economicamente con esattezza, ma basti pensare al numero record di convenzioni che la Regione ha stipulato con laboratori d’analisi, cliniche ed ambulatori, per comprendere che si attesti su livelli molto alti: sono, per la precisione, 1826. Per operare un confronto immediato, tale numero coincide con quello di tutte le convenzioni sottoscritte dalle altre regioni d’Italia messe insieme.
Una cifra dunque esorbitante.

Il privato assistito, grazie all’attuazione di politiche neoliberiste, negli ultimi anni ha goduto in tutta la nazione di ingenti spostamenti finanziari ai danni della spesa pubblica (da sottolineare in Sicilia il prelievo effettuato dal fondo delle emergenze). Focalizzando la dimensione locale siciliana, questo particolare settore non si occupa dei servizi medici essenziali relegati al pubblico, ma trae giovamento da altri, quasi totalmente affidati ad esso, considerati di gran lunga più redditizi, come ad esempio la medicina preventiva (trattamento dei tumori). Per completare il quadro inoltre, i pagamenti che l’Assessorato alla Sanità versa nelle tasche dei privati sono generalmente del 20-30% maggiori rispetto a quelli delle altre regioni italiane.
Riassumendo, è evidente quanto logiche di mercato ed una politica sanitaria che non ricorre ad uno strumento di programmazione come il Piano Sanitario Regionale, favoriscano il privato. Navigare a vista, senza pianificare il futuro, indebolisce (forse intenzionalmente) il pubblico e soprattutto consente  ed incentiva gli sprechi, permette alla disorganizzazione di prolificare indisturbata.
Ma esistono altri dati, diversamente allarmanti, crudi, impregnati di tragicità: quelli che compaiono nelle statistiche della cosiddetta “malasanità”. Dati che, se sviscerati dalla fredda dimensione dei numeri, nascondono storie di morti dimenticate, non destinate a comparire nelle prime pagine dei giornali perché considerate a quei tempi non meritevoli di attenzione o semplicemente ordinarie.

Febbraio 2005: A Licata muore un uomo che non trova posto in rianimazione. A breve distanza di tempo un altro suo concittadino di 67 anni, affetto da broncopatia  cronica ostruttiva, non rintraccia un reparto in tutta la Sicilia che lo possa ospitare.
Marzo 2005:  A causa di una colica addominale, una donna di 29anni  si reca presso un ospedale di Palermo. Durante l’anestesia che doveva precedere l’operazione, la paziente entra in coma e successivamente perde la vita.

E sono soltanto due casi non proprio recenti, accaduti prima che la lente mediatica focalizzasse quella seria interminabile di episodi tragici che non hanno dato lustro alla sanità siciliana e destinati, purtroppo, ad essere affiancati ad altri in un futuro che è facile intravedere. Ma non attraverso gli occhi della Regione Sicilia,  la quale snocciola dati confortanti riguardo la presenza delle proprie strutture ospedaliere ai vertici delle classifiche nazionali. I pazienti possono tranquillamente confermare il dato. All’obiezione sul continuo peregrinare di siciliani presso i centri medici del nord, si replica sostenendo che la prestazione sanitaria è un prodotto a cui occorrono vetrine pubblicitarie per essere venduto. Insomma, i cittadini siciliani si dirigono al nord perché vengono condizionati dai programmi televisivi e rotocalchi di cronaca in cui non vengono propagandate le strutture d’avanguardia presenti sul loro territorio: potrebbero curarsi in modo identico sotto casa. 
Tornando alle gelide statistiche, gli episodi di malasanità sono dovuti al 15% da errori medici (per il 70% evitabili) e nell’85% sono frutto di cause organizzative. Le indagini relative a presunte colpe mediche portano nel 40% dei casi all’archiviazione, nel 15% vengono accertate.
Cosa è però possibile rintracciare dietro l’asettica espressione “causa organizzativa” nella Sicilia degli 8 medici su 10 che finiscono sotto inchiesta almeno una volta nella propria vita, dei relativi processi che 2 volte su 3 si risolvono in un nulla di fatto?

Malaffare, ecco cosa, senza generalizzare, nasconde in certi casi quella fumosa definizione, perché una parte di queste morti dipendono da un’illegalità dilagante che sta a monte, anche se fa comodo attribuirle distrattamente a disfunzioni del sistema. Ma non è sempre così. Indebolire il settore pubblico non è solamente una conseguenza della negligenza di chi è coinvolto nella gestione della sanità, è una scelta che difficilmente può non definirsi  consapevole.   
Per accennare allo storico e consolidato rapporto tra mafia, istituzioni politiche e medicina, un legame che sembra esistere da sempre e non significa solo connivenza, è sufficiente ricordare, illustrare un breve ed esemplare avvenimento verificatosi a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, quando un famoso medico chirurgo, che era a capo della famiglia di Corleone (e contemporaneamente esponente di spicco della Democrazia Cristiana dell’epoca, nonché presidente della Coldiretti, ispettore della Cassa Mutua Malattie e capo del consorzio di bonifica dello Iato) non esitò ad uccidere con una “strana”iniezione d’aria uno “scomodo” pastorello che era stato ricoverato in ospedale sotto shock. La sua unica colpa era quella di aver assistito sfortunatamente all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. L’uomo in questione era Michele Navarra. Ma al fianco di questo nome ne possono tranquillamente comparire, senza sfigurare, molti altri a volte parecchio noti, talmente conosciuti da fare ogni giorno capolino sui titoli dei giornali, in un deplorevole carnevale di collusi in maschera.  
Il patto d’acciaio tra crimine, mondo della sanità e politica nasce dalla consapevolezza del fatto che i medici dispongano di “vasto bacino di utenza che all'occorrenza si può trasformare in un formidabile serbatoio di consensi elettorali”. Un patto non proprio tacito, come si preferirebbe ipotizzare, che permette a pochi privilegiati di esercitare un potere tremendo sul resto della società, quella più indifesa che necessiterebbe di una protezione ed una considerazione che sono colpevolmente latitanti.
Ma perché, pensando alla sanità, non sfatare il mito di una mafia vecchio stampo che uccide e basta, attribuendole invece una veste moderna da operatore finanziario? La ragione per la quale con saggia discrezione la mafia ha cambiato il proprio abito, scorre nel fiume di denaro che passa attraverso il ramo economico in questione. E’ in ballo il controllo di smisurate risorse assegnate al sistema sanitario, risorse che attraggono esponenti della malavita e importanti professionisti del settore, come falene che nelle notti d’estate girono intorno ad un lampada, accecate e stordite dalla sua luce. Proseguendo con la metafora, questa “luce” sottoposta al controllo e alla forza intimidatoria esercitata dagli uomini d’onore, determina una fitta rete di consensi ed appoggi elettorali che rappresentano un vero e proprio tesoro, un “serbatoio” da cui attingere ad ogni scadenza legislativa. Controllare il mondo della sanità, (tramite i concorsi universitari truccati, le assunzioni facili ed il rilascio abbondante di convenzioni) in Sicilia equivale a condizionarne le istituzioni d’investitura democratica infiltrandosi all’interno di esse, paralizzarle ove occorresse, forgiarle secondo una strategia difficilmente arrestabile.
E’ questo il meccanismo perverso che sfrutta in modo inesorabile il deficit di legalità presente nelle alte sfere della società, in quella parte di borghesia devota che in cambio di fedeltà assoluta ottiene favori considerevoli da ricambiare prontamente sulla pelle dei cittadini.

In conclusione, malasanità e mafia:, il cerchio “malsano” che si stringe anno dopo anno, provoca come logico e prevedibile effetto il soffocamento del diritto alla salute dei siciliani più deboli ed onesti, costretti il più delle volte a raggiungere mete lontane per curarsi in tempi ragionevoli. Persino le interminabili liste d’attesa infatti, giocano un ruolo fondamentale in una partita in cui è troppo facile sentirsi una pedina manovrata su uno scacchiere di fango, una vittima sacrificata a sporchi interessi di giocatori senza scrupoli.  
Il diritto alla salute in Sicilia è soprattutto una questione morale. Tutto il resto sono soltanto chiacchiere complici pronunciate da burattini asserviti.

Salvatore Taranto

postato da: pieroC alle ore 13:57 | Permalink | commenti
categoria: